La qualità conta. Poi arriva la pratica. Cosa succede quando abbassiamo gli standard per guadagnare qualche minuto?

Storia: venditore, strumento AI e qualche minuto in più
Qualche giorno fa mi trovavo in concessionaria per formare la forza vendita su un applicativo che utilizza l’intelligenza artificiale per fotografare le vetture usate. Uno strumento che consente di ridurre i tempi di realizzazione delle immagini, abbatte i costi e garantisce un livello qualitativo elevato e omogeneo su tutto il parco auto.
Nel mercato dell’usato, la qualità delle fotografie non è un dettaglio. È uno strumento commerciale.
Durante la parte teorica della formazione ogni venditore che ho incontrato concordava nel dire che le fotografie sono una vetrina dove un’immagine ben realizzata aumenta concretamente le probabilità che un cliente contatti la concessionaria.
La qualità conta. Poi arrivata la pratica. I partecipanti hanno iniziato a creare i loro dossier fotografici e l’applicativo ha rifiutato alcune foto: la vettura era bagnata, c’erano i tappetini di carta all’interno, un riflesso forte del sole rendeva l’immagine troppo luminosa, solo per citare alcuni esempi. Nessuna sorpresa: erano esattamente alcune delle cose su cui avevamo discusso e che concordavano nel dire che non si potevano pubblicare foto con quella scarsa qualità.
A quel punto però uno dei venditori ha iniziato a fare dei passi indietro. Di fronte all’ostacolo, la sua priorità era diventata una sola: andare avanti il prima possibile. E per farlo era disposto a sacrificare la qualità. Ci siamo fermati e ne abbiamo discusso insieme.
La cosa che mi ha colpito di più non era la scelta in sé, perché incontro spesso questo tipo di comportamento, ma il totale ribaltamento di quello che fino a pochi minuti prima aveva detto.
Tutti dicono che la qualità conta
Quel venditore ovviamente non è un caso isolato. È lo specchio di qualcosa che appartiene a tanti, e che nel lavoro quotidiano si manifesta continuamente.
Viviamo in un’epoca in cui tutto corre veloce. Le attività da gestire sono sempre tante, forse troppe, le scadenze si accumulano, e ci sentiamo costantemente in affanno nel tentativo di completare tutto. In questo contesto, la qualità diventa spesso la prima voce che sacrifichiamo.
Il problema è che questo ragionamento ha un costo reale, soprattutto quando il nostro lavoro arriva direttamente a un cliente. Nel caso delle fotografie: un’immagine di bassa qualità può significare un annuncio ignorato, un cliente che passa all’inserzione successiva, una vettura che rimane in stock più a lungo del previsto.
Lo vedo anche nella mia attività di formatore. Vedo presentazioni in cui palesemente non c’è stata attenzione, immagini disallineate, testi con font e dimensioni diverse. È vero che la cosa più importante è il contenuto, ma nel caso di un formatore questa è la “vetrina” e va curata.
Eppure, spesso quando vedo questo tipo di scelta, percepisco che non è vissuta come un errore. Quasi sempre è considerata come un male necessario e l’unica soluzione possibile. Raramente ci si interroga su cosa poter fare di diverso, cosa e come cambiare il processo per ottenere un risultato di qualità. Alcune volte mi è stato anche detto: “fatto è meglio di perfetto.”
La qualità conta. Poi arriva la pratica.
“Done is better than perfect”
Questa frase è attribuita a Sheryl Sandberg (economista e COO di Facebook).
È una frase che sento spesso, e spesso la sento usare per giustificare la decisione di fare le cose a metà abbassando lo standard pur di consegnare il lavoro il prima possibile.
“L’importante è farlo, non farlo bene.”
Secondo me non è questo il senso originale della frase. Quella citazione vuole spronare a fare piuttosto che rimanere bloccati nella ricerca della perfezione. La perfezione, come sappiamo, non è di questo mondo.
Quella tendenza a rimandare all’infinito perché il lavoro non è mai abbastanza buono, a non pubblicare perché manca sempre qualcosa, a non agire perché le condizioni non sono mai ideali, diventa paralizzante. In quella circostanza allora sì, “fatto” è davvero meglio di “perfetto”.
C’è però una differenza enorme tra il perfezionismo che blocca e l’attenzione alla qualità che costruisce valore.
La qualità non si negozia
Tornando all’esempio da cui sono partito, le fotografie per l’usato devono avere la massima qualità possibile, anche se non saranno perfette perché quelle perfette sono quelle da catalogo/brochure. La mia posizione è che la qualità non è derogabile.
Questo è il motivo per cui quando erogo formazione non mi limito a spiegare come funziona uno strumento. Cerco di lavorare anche sulla mentalità e sulla convinzione nell’utilizzare lo strumento nel miglior modo possibile per ottenere la qualità più alta, senza scendere troppo a compromessi.
Domanda: usi quella frase come sprone o come alibi?
Mi ritrovo spesso anche io a rivedere un testo, una e-mail o una presentazione tante volte prima di sentirmi pronto. Poi arrivo ad un punto in cui mi dico che sono dettagli che non aggiungono o tolgono valore e che quindi il continuare a lavorarci sopra è solo un esercizio fine a sé stesso. È una tendenza che ho imparato a riconoscere e su cui ci sto lavorando, perché in certe situazioni questa ricerca del perfezionismo mi rallenta senza aggiungere nulla.
Ma c’è una linea immaginaria che cerco comunque di non oltrepassare, ed è quella che mi fa scendere a compromessi con me stesso autorizzandomi a raggiungere una qualità inferiore rispetto alle mie capacità.
La prossima volta che ti viene in mente “done is better than perfect” chiediti: è uno sprone a non cercare la perfezione o è un alibi per abbassare la qualità?
Da quale parte stai?
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